Mondiali 2026, la "finalina" serve davvero a qualcosa? Cosa insegna la storia della Francia

Dopo il KO contro la Spagna ai Mondiali 2026, la Francia si prepara alla finale per il terzo posto a Miami. Ha senso giocarla? Ecco cosa ci insegna la storia dei Bleus.

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Kylian Mbappé (ShutterStock)

La sconfitta per 0-2 subita martedì contro la Spagna ha spento bruscamente i sogni di gloria della Francia, condannando i ragazzi di Didier Deschamps a disputare la tanto discussa finale per il terzo posto. Sabato sera, a Miami, i Bleus scenderanno in campo per quella che in patria viene definita la "petite finale". Ma con quale spirito si affronta una partita del genere? Per i francesi si tratta della quarta volta nella storia. Il passato dimostra che questo match può trasformarsi in una passerella memorabile, in un palcoscenico per le seconde linee o, al contrario, in un triste fardello impossibile da digerire.

1958 e 1986: la notte dei record e la rivolta delle riserve

In due occasioni la Francia ha trovato motivazioni d'oro per nobilitare la finale di consolazione:

Il trionfo del 1958 (Francia-Germania Ovest 6-3): Delusi dall'eliminazione contro il Brasile di Pelé (2-5), i francesi usarono la sfida contro i campioni del mondo in carica della Germania Ovest per fare la storia. Fu la partita del leggendario Just Fontaine, che segnò quattro gol nel match, raggiungendo l'incredibile cifra di 13 reti in un singolo Mondiale (un record tuttora imbattuto).

La fame dei "coiffeurs" nel 1986 (Francia-Belgio 4-2 d.t.s.): Dopo aver fallito l'accesso alla finale contro la Germania, lo spogliatoio non si perse d'animo. Con i senatori (Platini, Giresse, Bossis) ormai prossimi al ritiro internazionale, le riserve (chiamate ironicamente coiffeurs, i parrucchieri) presero in mano la squadra per dimostrare il proprio valore. Giocando alla morte, i Bleus piegarono il Belgio ai supplementari grazie alle reti di Ferreri, Papin, Genghini e Amoros.

1982: il fantasma di Siviglia e una partita senza cuore

Esiste però il rovescio della medaglia, ed è rappresentato dal Mondiale di Spagna del 1982. L'eliminazione in semifinale contro la Germania Ovest — passata alla storia come la "tragedia di Siviglia", dopo essere stati in vantaggio per 3-1 nei tempi supplementari e aver perso ai calci di rigore — lasciò ferite troppo profonde.

Lo spogliatoio era un mare di lacrime e il Paese intero era sotto shock. Di giocare per il terzo posto non importava niente a nessuno, a partire da Michel Platini.

Il CT Michel Hidalgo schierò una squadra imbottita di riserve per dare spazio a tutti e liberare i titolari, ormai mentalmente esausti. Il risultato fu una sconfitta per 3-2 contro una splendida Polonia guidata da Boniek e Lato. La Francia scese in campo solo perché il regolamento lo imponeva, ma il cuore era rimasto a Siviglia.

Meglio terzi che quarti

Anche se la delusione per la finale mancata in questo 2026 è ancora fresca e bruciante, la storia offre una lezione chiara alla banda di Deschamps. Chiudere un Mondiale sul podio, magari regalando spazio a chi ha giocato meno o trovando nuove trame di gioco per il futuro, ha sempre un valore. Dopotutto, nella bacheca di una nazionale, una medaglia di bronzo brilla sempre più di un anonimo quarto posto.