Mondiali 2026, tra miliardi, spot e le ombre della politica di Donald Trump

Si chiudono i Mondiali 2026 tra le polemiche. L'asse tra Gianni Infantino e Donald Trump spinge la FIFA verso un calcio sempre più commerciale e influenzato dalla politica.

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Infantino e Trump (ShutterStock)

L'edizione dei Mondiali 2026 passerà alla storia non solo per i verdetti del campo, ma per aver tracciato una linea di non ritorno nella commercializzazione del calcio. Negli stadi nordamericani, splendidi ma spesso inaccessibili, il pubblico locale ha risposto presente, ma a caro prezzo: i biglietti a diverse centinaia di euro hanno di fatto allontanato la striscia di tifosi stranieri che da sempre costituisce l'anima e l'ADN di questa competizione. A far discutere sono state soprattutto le decisioni della FIFA, piegatasi alle esigenze di sponsor e broadcaster televisivi. L'introduzione forzata delle "pause idratazione" in ogni partita — persino negli impianti climatizzati a 20 gradi — è apparsa a molti come un pretesto per inserire veri e propri spot pubblicitari a metà tempo, culminati nella decisione record di allungare artificialmente la durata dell'intervallo durante la finalissima.

Il caso Balogun e le ingerenze della Casa Bianca

Il rapporto tra sport e geopolitica non è una novità, ma in questa edizione il cinismo ha superato i livelli di guardia. Le polemiche sulle disparità di trattamento hanno infiammato il torneo: da un lato l'Iran, letteralmente ostracizzato e costretto a risiedere oltre il confine messicano con estenuanti trasferte flash di 24 ore; dall'altro la nazionale degli Stati Uniti, finita al centro di un caso clamoroso. Ha fatto discutere la revoca della squalifica dell'attaccante Folarin Balogun proprio in vista della fase a eliminazione diretta, un'operazione di cui il presidente americano Donald Trump si è pubblicamente attribuito il merito. A questo si aggiunge il caso geopolitico del fischietto somalo Omar Abdulkadir Artan, a cui è stato negato il visto d'ingresso con conseguente respingimento alla frontiera.

L'asse Infantino-Trump e il futuro della FIFA

Di fronte al caso dell'arbitro escluso, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha provato a difendersi dichiarando che l'organismo calcistico "non è il padrone del mondo capace di dettare legge a governi e forze di polizia". Tuttavia, l'impressione generale è che sia avvenuto l'esatto contrario, con la federazione internazionale totalmente accondiscendente nei confronti della Casa Bianca. Basti pensare al caloroso ringraziamento finale di Infantino al tycoon: "La Coppa del Mondo non sarebbe stata un successo così incredibile senza di voi". Nonostante le feroci critiche dell'opinione pubblica, la governance di Infantino non vacilla: il manager svizzero ha già incassato l'appoggio di oltre 200 federazioni per il rinnovo del suo mandato, blindando una linea politica che punta a un ulteriore allargamento dei tornei e a una perpetua corsa all'oro.