Corea del Sud, la nuova generazione che può sorprendere il Mondiale

La Corea del Sud arriva al Mondiale 2026 con Son Heung-min capitano e una rosa europea: tra Hong Myung-bo, Lee Kang-in e Kim Min-jae, una squadra che può sorprendere.

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Tifosi Corea del Sud - Shutterstock

Ci sono nazionali che ai Mondiali non possono mai essere ignorate, perché hanno alle spalle una storia che racconta di sorprese, di rimonte e di pagine già scritte. La Corea del Sud è una di queste. La squadra dei Taeguk Warriors arriva all'edizione 2026 con un mix interessante: la guida tecnica di Hong Myung-bo, leggenda assoluta del calcio coreano, un capitano simbolo come Son Heung-min al probabile ultimo Mondiale della carriera, e una nuova generazione di talenti che militano nei migliori campionati europei. Una squadra che parte senza i favori del pronostico ma con la concreta possibilità di mettere in difficoltà chiunque, specialmente in un torneo che si gioca principalmente sul suolo nordamericano, dove diversi suoi protagonisti si sono trasferiti o hanno consolidato la propria carriera. L'unica nazionale asiatica ad aver mai disputato una semifinale mondiale — il 2002 casalingo resta un record imbattuto — torna in scena con ambizioni rinnovate.

Una qualificazione senza ostacoli

Il percorso di avvicinamento al Mondiale è stato di quelli che parlano da soli. Sedici partite distribuite su due fasi a gironi, undici vittorie, cinque pareggi e zero sconfitte: una marcia da dominatrice assoluta dello scenario asiatico. Va detto che il sorteggio non è stato particolarmente proibitivo — la Giordania è stata l'avversaria più temibile incontrata nel percorso, seguita da Iraq, Oman e Cina — ma il dato resta significativo. Il livello tecnico medio della Corea del Sud si è confermato superiore a quello della stragrande maggioranza delle rivali continentali, e il margine accumulato sul campo ha consentito alla federazione di programmare con tranquillità le fasi successive.

Proprio l'assenza di particolari grattacapi qualificatori ha permesso a Hong Myung-bo di sfruttare le ultime amichevoli come laboratorio. I test contro avversari di alto profilo hanno offerto risposte contrastanti, ma utili: la pesante sconfitta per 5-0 contro il Brasile è stata bilanciata da un convincente 2-0 inflitto al Paraguay, segnale di una squadra ancora in costruzione ma capace di reggere il confronto con avversari di livello mondiale, almeno a tratti. Un cantiere aperto, dunque, ma con basi tecniche solide.

Hong Myung-bo, il ritorno del simbolo

Il commissario tecnico è uno dei personaggi più rappresentativi della storia calcistica del Paese. Hong Myung-bo è una vera e propria leggenda nazionale: ha disputato quattro Mondiali consecutivi tra il 1990 e il 2002, è stato il primo giocatore asiatico nominato per il Pallone d'Oro, chiudendo terzo nel 2002 dietro Oliver Kahn e Ronaldo. Una carriera scolpita nell'immaginario collettivo, alla quale ha fatto seguito un percorso da allenatore tutt'altro che lineare.

Il suo primo incarico da CT della nazionale maggiore si chiuse in modo traumatico: al Mondiale 2014 la Corea del Sud uscì al primo turno senza vittorie, e Hong si dimise. Il riscatto è arrivato grazie ai successi in club con l'Ulsan HD, con cui ha vinto K-League consecutive prima di essere richiamato dalla federazione nel 2024. Il mandato della KFA è chiaro: replicare in nazionale il modello Ulsan, fatto di costruzione dal basso, intensità di pressing e gestione efficiente dei chilometri percorsi. La federazione ha citato esplicitamente l'esempio dell'Argentina campione del mondo 2022, capace di vincere pur essendo tra le squadre che hanno corso meno. Un'identità tattica precisa, anche se ancora in via di consolidamento.

La probabile formazione: 3-4-3 e qualità europea

Sul piano tattico, Hong sta lavorando soprattutto sul 3-4-3, modulo che esalta sia la fisicità dei centrali sia la velocità degli esterni offensivi. Lo zoccolo duro della nazionale è composto da giocatori che militano nei migliori club europei. Tra i pali la difesa centrale è ancorata a Kim Min-jae, colonna del Bayern Monaco e probabilmente uno dei migliori difensori asiatici di sempre.

A centrocampo Lee Jae-sung, in forza al Mainz, garantisce equilibrio e intensità, mentre Lee Kang-in del Paris Saint-Germain rappresenta la qualità tecnica più pura della rosa. La fascia destra può essere occupata, quando in condizione, da Hwang Hee-chan del Wolverhampton, mentre il centro dell'attacco è il regno indiscusso del capitano. Son Heung-min, 33 anni, è la stella, il leader, il volto e il simbolo della nazionale. Detiene già il record di presenze e ha ormai vicinissimo anche quello dei gol — gli mancano sei reti per superarlo. Il suo trasferimento a LAFC lo ha portato a giocare proprio in quel territorio che ospiterà gran parte delle partite del Mondiale, una coincidenza che amplifica il peso simbolico della sua probabile ultima apparizione iridata.

Le reali ambizioni: oltre il girone

Sul piano delle ambizioni, la Corea del Sud parte con un obiettivo realistico ma significativo: replicare il superamento del girone, magari spingendosi più in là di quanto fatto in Qatar. Nelle ultime undici edizioni del torneo i Taeguk Warriors hanno sempre staccato il pass per la fase finale, ma soltanto in tre occasioni sono riusciti a uscire dalla fase a gironi. Oltre alla semifinale del 2002, infatti, gli ottavi di finale del 2010 e del 2022 restano le uniche eccezioni in una serie altrimenti deludente.

Pesa, in particolare, il precedente di due anni fa, quando in Qatar la squadra firmò una delle partite più memorabili dell'intero torneo: la vittoria all'ultimo respiro contro il Portogallo che valse il passaggio agli ottavi, prima dell'eliminazione subita dal Brasile. Un finale di Mondiale che ha lasciato il segno e che oggi rappresenta il punto di partenza per il nuovo ciclo. Il pre-Mondiale, peraltro, è stato turbolento: la gestione fallimentare di Jurgen Klinsmann, durata appena un anno e chiusa dopo la deludente Coppa d'Asia 2024, ha lasciato strascichi importanti, e ci sono voluti cinque mesi per scegliere il successore. Ma con Hong al timone e Son capitano, la Corea del Sud arriva all'appuntamento iridato con una struttura tecnica riconoscibile e una motivazione doppia: chiudere nel modo migliore l'era del proprio simbolo e dimostrare che il calcio asiatico può ancora togliersi qualche soddisfazione contro le grandi potenze del pianeta.