Giappone, qualità e disciplina: la mina silenziosa del torneo

Il Giappone ai Mondiali 2026 cerca il primo storico quarto di finale: Moriyasu, qualità tecnica e disciplina tattica fanno della Samurai Blue una mina silenziosa

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La maglia della Nazionale giapponese - Shutterstock

C'è una squadra che, pur non comparendo nelle griglie dei favoriti, può complicare la vita a chiunque le capiti davanti. Il Giappone arriva al Mondiale 2026 con la tranquillità di chi ha già fatto il suo dovere da mesi e l'ambizione di chi sente che il momento per il salto definitivo è finalmente arrivato. Una nazionale che ha smesso di essere una sorpresa e ha cominciato a presentarsi come una certezza: tecnica, disciplinata, profonda nel parco giocatori e con un'identità tattica ormai consolidata. La mina silenziosa di questo torneo, capace di esplodere nei momenti giusti, ha radici solide e una memoria recente che pesa: Belgio sfiorato, Spagna e Germania battute, croato amaro nel 2022. La prossima frontiera è quella mai raggiunta. Il primo quarto di finale della storia.

Una qualificazione da dominatori asiatici

Il percorso di avvicinamento al Mondiale racconta meglio di qualsiasi proclama lo stato di salute del calcio nipponico. Esclusi i tre paesi co-organizzatori, qualificati d'ufficio, il Giappone è stata la prima nazionale al mondo a staccare il pass per il torneo del 2026. Una marcia di un'autorevolezza chirurgica: nel girone della seconda fase asiatica, condiviso con avversarie del calibro di Arabia Saudita e Australia, la Samurai Blue ha chiuso il discorso con tre giornate d'anticipo. Una sola sconfitta in sedici partite, numeri che non lasciano spazio all'interpretazione.

Quel margine di vantaggio non è soltanto un dato statistico, ma un asset strategico di prima grandezza. Aver chiuso presto la pratica qualificazione ha permesso a Moriyasu di trasformare il 2025 in un enorme laboratorio: 65 giocatori utilizzati in tredici partite, una rotazione che non ha eguali tra le candidate al Mondiale. Per fare un paragone, l'Inghilterra di Tuchel ne ha schierati 37 in dieci match, gli Stati Uniti 56 ma in diciotto incontri. Una scelta deliberata, fatta da chi vuole arrivare a giugno con un gruppo profondo, testato in ogni reparto e pronto a sostenere un calendario logorante. Il rischio, è vero, esiste: la formazione tipo potrebbe trovarsi al via senza il chilometraggio insieme che si concedono altre big. Ma cinque anni di lavoro collettivo offrono garanzie che la sola sintonia recente non potrebbe replicare.

Moriyasu, la coerenza fatta uomo

Il commissario tecnico è il filo conduttore di tutto il progetto. Hajime Moriyasu, ex centrocampista con 35 presenze in nazionale tra il 1992 e il 1996, è la figura che meglio incarna la continuità del calcio giapponese moderno. Vice di Akira Nishino al Mondiale russo del 2018, ha preso le redini della prima squadra subito dopo, costruendo nel tempo una struttura coerente e riconoscibile.

Il suo capolavoro silenzioso, però, è di natura diversa: dal 2017 al 2021 ha guidato anche l'Under 23, mantenendo per tre anni il doppio incarico. Una scelta che ha permesso a Moriyasu di accompagnare personalmente la crescita di buona parte degli attuali titolari. Ritsu Doan, Ao Tanaka, Takehiro Tomiyasu, Takefusa Kubo e Kaoru Mitoma hanno tutti debuttato in nazionale maggiore con lui in panchina, dopo essere stati suoi giocatori nelle giovanili. Una conoscenza reciproca che si traduce in linguaggio tattico condiviso, automatismi rapidi e una fiducia che pochi colleghi possono vantare con i propri uomini chiave.

La probabile formazione: 3-4-3 di velocità e tecnica

Sul piano tattico Moriyasu è un pragmatico flessibile. Negli anni ha alternato 4-2-3-1 e 4-3-3, ma nelle ultime uscite il 3-4-3 è diventato il modulo di riferimento. I principi, però, restano gli altri: aggressione alta, palla che viaggia veloce, ricerca costante dell'uno contro uno sulla trequarti.

Nella probabile formazione tipo, davanti al portiere agirà una difesa a tre con Tomiyasu pilastro centrale. Sulle corsie esterne quinti di centrocampo capaci di spingere e ripiegare, mentre la cerniera mediana ruota attorno al capitano Wataru Endo, vero perno del sistema: il centrocampista del Liverpool è il giocatore per cui non esiste un'alternativa immediata, grazie alla capacità di vincere i duelli e coprire enormi porzioni di campo, condizione necessaria perché il tridente offensivo possa pressare alto. Davanti, il trio composto da Doan, Kubo e Mitoma garantisce ambidestrismo, fluidità nei movimenti e una pericolosità nelle transizioni che è diventata il marchio di fabbrica della nazionale.

È proprio nelle ripartenze che il Giappone ha costruito la propria reputazione recente. Il J-League sempre più fisico ha forgiato giocatori abituati al contatto, e contro le grandi squadre la Samurai Blue ha imparato a colpire negli spazi: la vittoria sulla Spagna in Qatar resta il manifesto perfetto di questa identità.

Le reali ambizioni: il quarto di finale come spartiacque storico

Sul piano delle ambizioni, il Giappone parte senza l'etichetta della favorita ma con la consapevolezza che il proprio limite storico è ora diventato un obiettivo concreto. Dal debutto del 1998 la nazionale non ha mai mancato un Mondiale, e in due delle ultime tre edizioni ha sfiorato il salto di qualità. Nel 2018 il vantaggio per 2-0 sul Belgio della generazione d'oro si dissolse al 94° minuto, in una partita dominata fino al recupero. Quattro anni dopo, Spagna e Germania sconfitte nel girone di ferro, prima della lotteria dei rigori contro la Croazia di Modric, dopo un 1-1 in cui i giapponesi avevano comunque costruito di più.

In entrambi i casi la sconfitta arrivò contro chi avrebbe poi raggiunto le semifinali, e in entrambi i casi il bilancio del gioco espresso fu favorevole alla Samurai Blue. Quel pattern non è un dettaglio, ma un'indicazione: il Giappone è già a un livello compatibile con i quarti di finale. Manca soltanto l'ultimo passo, quello che separa una squadra solida da una nazionale capace di entrare nella ristretta cerchia delle prime otto del pianeta. Con un nucleo di giocatori ora nel pieno della maturità calcistica, una panchina inesauribile e un allenatore che conosce ogni sfumatura del proprio gruppo, le condizioni perché quel salto si concretizzi nel 2026 ci sono tutte. Il Giappone non si nasconde più. E chi lo incrocerà nel tabellone farebbe bene a non sottovalutarlo.